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18 minuti di lettura (3609 parole)

Come raccontare una grande storia

andrew stanton 

A tutti noi piacciono le storie. Siamo nati per questo. Le storie affermano chi siamo. Vogliamo tutti conferma che le nostre vite hanno un significato. E niente ci dà più conferme di quando ci connettiamo tramite le storie. Possono attraversare le barriere del tempo, passato, presente e futuro, e permetterci di sperimentare le analogie tra di noi e con gli altri, reali e immaginari.
Andrew Stanton, TED2012

Andrew Stanton, è un regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e doppiatore statunitense, famoso per la sua collaborazione con la Pixar sin dagli inizi. Ha ricevuto una nomination all'Oscar come migliore sceneggiatura originale per il primo film di animazione tridimensionale «Toy Story» e ben due Oscar per il miglior film di animazione con «Alla Ricerca di Nemo» e «WALL•E».

La citazione è tratta dal suo TED Talk del 2012, quando Stanton aveva appena terminato di girare il film John Carter, tratto dal romanzo Sotto le lune di Marte di Edgar Rice Burroughs (più conosciuto per essere il creatore di Tarzan, con un ciclo di ben ventotto libri d’avventura nella giungla). Dopo di questo suo discorso, Stanton ha realizzato ancora molto altro, come regista o produttore esecutivo: Monsters University, Inside Out, Alla ricerca di Dory, Ribelle – The Brave, Toy Story 4.

Leggendo la sua biografia, non si può non pensare che il suo sia il lavoro più bello del mondo! Scrive storie. Storie bellissime!
Certo, forse raccontare storie con le immagini è un po' più semplice: con le parole c’è il rischio di non applicare bene lo Show don’t tell (Mostrare, non raccontare), di utilizzare termini che non arrivano al lettore, di focalizzarsi su un aspetto, tralascianado qualcos'altro di importante, mentre le immagini sono immediate, partono proprio dallo Show (mostrare) e poi aggiungono il Tell (raccontare), così arrivano direttamente a chi sta guardando senza generare confusione.
O Più semplicemente, sono così bravi loro che non ci accorgiamo delle difficoltà che si si possono nascondere in una sceneggiatura…

In TED Talk, Andrew Stanton condivide tutto quello che ha imparato sulla narrazione durante la sua carriera, delle idee su come costruire una grande storia, indizi di ciò che è necessario per realizzare una trama che emozioni il nostro pubblico.
Potrebbero essere solo spunti, ma visto il successo di Stanton sono da stampare e attaccare davanti alla scrivania.

Il video inizia con una barzelletta. Perché la narrazione, secondo Andrew Stanton, “è come raccontare barzellette. È sapere la battuta di chiusura, la fine, sapere che tutto ciò che dici, dalla prima all’ultima frase, porta a un solo obiettivo, e idealmente a confermare una verità che approfondisce la nostra comprensione di chi siamo, come esseri umani.” In effetti, una barzelletta fa un’enorme promessa all’ascoltatore: ti divertirò. Non dovrebbero fare questo anche tutte le storie?
La barzelletta è ambientata in Scozia, proprio nelle Highland! E Stanton la racconta con un pizzico di accento scozzese, rendendola ancora più spettacolare…

Un turista fa escursionismo nelle Highland scozzesi, e si ferma in un pub a bere. Le uniche persone all’interno sono il barista e un anziano che sorseggia una birra. Ordina una pinta e stanno lì seduti un attimo. Improvvisamente l’anziano si gira verso di lui e dice, “Vede questo bar? Ho costruito questo bar a mani nude con il legno più pregiato della contea. Gli ho dato più amore e affetto che ai miei figli. E mi chiamano MacGregor il costruttore di bar? NO.” Indica fuori dalla finestra. “Vede quel muro in pietra laggiù? Ho costruito quel muro a mani nude. Ho trovato ogni singola pietra, l’ho sistemata sotto il freddo e la pioggia. E mi chiamano MacGregor il costruttore di muri? NO.” Indica fuori dalla finestra. “Vede quel molo sul lago laggiù? Ho costruito quel molo a mani nude. Ho tirato su le palafitte contro la marea, tavola per tavola. E mi chiamano MacGregor il costruttore di moli? NO. Ma ti fotti una capra…”

Il primo comandamento della narrazione: Coinvolgimi

Andrew Stanton comincia ricordando una citazione di Fred Rogers, famoso conduttore americano della televisione per bambini, una frase per altro presa in prestito dallo stesso Rogers ad un assistente sociale:

“Francamente, non c’è nessuno che non possiate imparare ad amare dopo aver sentito la sua storia.”

Secondo Stanton questo concetto conduce al primo comandamento della narrazione: make me care, coinvolgimi.
Emotivamente, intellettualmente, esteticamente, ma per favore coinvolgimi. Fammi entrare nella tua storia, fammi preoccupare per i suoi protagonisti, rendimi partecipe della loro avventura, fammi sentire ogni loro respiro e fammi gioire di ogni loro sorriso.

“Sappiamo tutti cosa vuol dire essere disinteressati” dice Stanton. “Passate per centinaia di canali televisivi saltando da un canale all’altro, e improvvisamente vi fermate su uno. È già a metà, ma qualcosa vi ha catturato e vi tira dentro, vi coinvolge. Non è per caso, è voluto.”

Ecco che allora Stanton in TED Talk vuole coinvolgerci nella sua storia personale, che è una storia a tutti gli effetti (e ci troveremo addirittura un pezzo di Alla ricerca di Nemo), spiegarci come è nato per fare questo, proprio per raccontare storie, e come ha perfezionato questa disciplina. Ma per rendere questa storia ancora più interessante, partirà dalla fine per tornare all’inizio. Il finale di questa storia farebbe più o meno così: “E questo è ciò che alla fine mi ha portato a parlarvi qui a TED di storie.” Sarà davvero l’ultima frase che pronuncerà per questo discorso. Oh sì, è davvero bravo a coinvolgere lo spettatore, non si prendono due premi Oscar come i suoi a caso.

Scrivere è fare una promessa

Quando ha partecipato a questo TED nel 2012, Stanton aveva appena terminato la produzione della pellicola John Carter, film tratto dal romanzo Sotto le lune di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. In questa storia lo scrittore Edgar Rice Burroughs si è inserito come personaggio e narratore: viene convocato dal ricco zio, John Carter appunto, nella sua villa tramite un telegramma che dice solo “Vediamoci subito.” Una volta arrivato lì, scopre però che lo zio è misteriosamente deceduto ed è sepolto nel giardino della proprietà, in un mausoleo apribile solo dall’interno. E c’è questa scena dove l’avvocato del defunto zio mostra al giovane Burroughs questo strano sepolcro senza serratura. Niente imbalsamazione, nessuna camera ardente, nessun funerale, e una tomba chiusa da dentro.

Lo scopo della scena, come del romanzo stesso, è fare una promessa, dice Stanton:

Vi fa una promessa che questa storia vi porterà dove vale la pena. Ed è quello che tutte le storie valide dovrebbero fare all’inizio: farvi una promessa. Lo si può fare in un’infinità di modi. Qualche volta è un semplice “C’era un volta…” Questi libri su Carter hanno sempre avuto Edgar Rice Burroughs come narratore. Ed io ho sempre pensato che fosse uno strumento fantastico. È come avere qualcuno che vi invita intorno a un fuoco, o qualcuno in un bar che dice: “Eccoci qua, ora vi racconto una storia. Non è capitato a me, è capitato a qualcun altro, ma sarà tempo speso bene”. Una promessa mantenuta è come caricare una fionda per proiettarvi, attraverso la storia, verso la sua fine.”

Scrivere dunque è impegnarsi con una promessa al lettore, e poi ovviamente rispettarla.

La teoria unificante del “2 + 2”

Nel 2008 Andrew Stanton ha ideato e poi diretto il film di animazione WALL•E, spingendo al massimo le sue teorie dell’epoca sulla creazione delle storie. Il protagonista è il piccolo robot spazzino WALL•E, unico abitante della Terra abbandonata dagli umani a causa dell’inquinamento e dell’accumulo di rifiuti (più che mai attualissimo!) Un giorno sul pianeta scende il robot di ricognizione E.V.E. (un robot femmina con il nome della prima donna nella Bibbia). WALL•E si innamora di lei sulle note della canzone romantica del film Hello, Dolly! da una vecchia videocassetta recuperata tra i rifiuti.

Secondo Stanton questa è la forma più pura di narrazione cinematografica: narrazione senza dialogo.

Ci sono solo le immagini, le espressioni di WALL•E incantato, la musica che contestualizza la scena romantica, la mano meccanica di WALL•E che si muove incerta verso quella di E.V.E. Ma tutto il resto, il collegamento per deduzione delle poche informazioni verso la costruzione completa della narrazione, è in carico allo spettatore, affascinato proprio dall’assenza del dialogo. Nessun Tell, solo Show, come dicevo prima.

“Conferma la sensazione che avevo: che il pubblico vuole guadagnarsi il pane” dice Stanton, dove con “pane” intende l’emozione. “Solo che non vuole sapere che lo sta facendo. È il lavoro del narratore: nascondergli il fatto che si sta guadagnando il pane.[…] C’è un motivo per cui siamo tutti attratti da un bambino o da un cucciolo. Non è solo perché sono così carini, è perché riescono ad esprimere completamente quello che pensano e quali sono le loro intenzioni. È come una calamita. Non riusciamo a fermarci dal volere finire la frase e riempire i buchi.”

Prima ancora di WALL•E, Andrew Stanton aveva compreso questo meccanismo quando stava scrivendo con Bob Peterson la sceneggiatura di Alla Ricerca di Nemo, il suo primo Oscar per il miglior film d’animazione. La storia segue il viaggio di Marlin, un pesce pagliaccio della barriera corallina, alla ricerca di suo figlio Nemo, unico sopravvissuto all’attacco di un barracuda che ha divorato tutte le altre uova e la mamma Coral. Nemo cresce con una pinna atrofica dopo l’incidente e il padre è preoccupato ogni volta che si allontana. Un giorno Nemo viene rapito da un pescatore e Marlin disperato parte alla sua ricerca, in compagnia di Dory, un pesce chirurgo femmina con continue perdite di memoria a breve termine.

È durante questa scrittura che Stanton ha elaborato la teoria unificante del “2 + 2”:

“Fate in modo che sia il pubblico a mettere insieme le cose. Non dategli 4, dategli “2 + 2”. Gli elementi che fornite e l’ordine in cui li mettete sono fondamentali per il successo o il fallimento nel coinvolgimento del pubblico. I montatori e gli sceneggiatori lo hanno sempre saputo. È l’applicazione invisibile che cattura la nostra attenzione nella storia. Non voglio che sembri una scienza esatta, non lo è. Questo è quello che rende speciale le storie, non sono un aggeggio, non sono perfette. Le storie sono inevitabili, se sono valide, ma non sono prevedibili.”

Prova a riguardare il film Alla Ricerca di Nemo e cerca di trovare i momenti in cui è lo spettatore a dover aggiungere un 2 alla formula, per completare il puzzle della storia.

La smania dei personaggi

Sempre nel 2012, durante un seminario dell’attrice Judith Weston come insegnante, Stanton ha imparato un’idea fondamentale sui personaggi: un personaggio ben costruito deve avere del carattere e un motore interno che lo spinge, un obiettivo inconscio a cui ambisce nella sua vita, una smania irrefrenabile verso quell’obiettivo. L’esempio utilizzato da Judith Weston è Michael Corleone dal romanzo “Il Padrino”, personaggio interpretato da Al Pacino nella versione cinematografica: la smania del giovane Corleone è di compiacere il padre e questa smania lo guida in tutte le sue scelte, buone o cattive che siano. Anche dopo la morte del padre, quella smania non si ferma.

“Io ci sguazzo in questo principio” spiega Andrew Stanton. In effetti, il robot WALL•E cerca la bellezza in mezzo ai rifiuti. Il pesce Marlin, il papà di Alla Ricerca di Nemo, cerca di allontanare il male e il pericolo dal suo unico figlio Nemo. “E queste smanie non portano sempre alle scelte migliori. Talvolta si possono fare scelte orribili.”

Secondo Stanton, basandosi sull’osservazione di suo figlio, nasciamo con un certo temperamento, siamo fatti in un certo modo e difficilmente si può cambiare quella base. Però possiamo imparare a riconoscere il nostro carattere, accettarlo, mitigarne i difetti, esaltarne le qualità. Alcuni infatti hanno un carattere positivo, altri uno negativo. Si diventa adulti quando si cresce abbastanza per riconoscere cosa ci guida del nostro temperamento e imparare a prendere il volante per sterzare. “Impariamo tutti continuamente. Ecco perché il cambiamento in una storia è fondamentale. Se le cose sono statiche, le storie muoiono, perché la vita non è mai statica.”

La smania dei personaggi è ciò che li fa crescere, imparare, cambiare. E quello per cui gli spettatori si appassionano.

Attesa mescolata a incertezza

Il dramma è attesa mescolata a incertezza.
William Archer, drammaturgo britannico

Nel 1998 Andrew Stanton aveva appena finito di scrivere le sceneggiature di “Toy Story” e “A Bug’s Life – Megaminimondo”. Era ossessionato dalla scrittura di una buona sceneggiatura e impegnava parecchio tempo in studio e ricerca. Così ha scoperto la citazione qui sopra di William Archer, drammaturgo e critico teatrale del secolo scorso: il dramma è attesa mescolata a incertezza, una definizione sagace.

Prosegue Stanton:

“Quando raccontate una storia, avete costruito l’anticipazione? Nel breve termine, mi avete fatto venir voglia di sapere cosa succede dopo? Ancora più importante, mi avete fatto venire voglia di sapere come si concluderà il tutto, a lungo termine? Avete costruito conflitti sinceri, con verità che creano dubbi, su quello che potrebbe essere il risultato? Un esempio potrebbe trovarsi in “Alla Ricerca di Nemo”, nella tensione a breve, vi sentite sempre preoccupati: la memoria a breve termine di Dory le farà dimenticare tutto quello che le ha detto Marlin? Ma alla base c’è la tensione generale: riusciremo mai a trovare Nemo in questo vasto, immenso oceano?”

Se il finale si intravvede con troppa sicurezza, non c’è emozione nonostante l’attesa. E’ l’incertezza di come finirà la storia a tenere lo spettatore di fronte allo schermo e il lettore su quelle pagine.

Linee guida, non regole ferree

Questa è una parte davvero divertente su come la Pixar, per cui ancora oggi lavora Andrew Stanton, agli inizi ha sconvolto le regole di casa Disney. Ai primi tempi, Stanton e i suoi colleghi erano semplicemente un gruppo di ragazzi che lavoravano di istinto, credendo nelle storie, ancora prima di avere un’idea chiara dei meccanismi con cui costruirle. Era il 1993 e probabilmente ricordate anche voi (no, qua ci potrebbe essere qualcuno di giovincello, ma magari li avete comunque visti in televisione) i film di animazione di successo della Disney erano “La Sirenetta”, “La Bella e la Bestia”, “Aladdin”, “Il Re Leone”, che avevano tutti un formato alquanto preciso. Ma alla Pixar volevano provare che si poteva raccontare storie animate in modo completamente differente.

“Non avevamo nessuna influenza all’epoca, avevamo quindi una lista segreta di regole che tenevamo per noi. Ed erano:
Niente canzoni.
Nessuno momento del tipo “Io vorrei”.
Nessun villaggio felice.
Nessuna storia d’amore.
Nessun cattivo.
E l’ironia è che, il primo anno, la nostra storia non funzionava per niente e la Disney era terrorizzata. Si sono quindi rivolti privatamente a un famoso paroliere, che non nominerò, che ha inviato loro via fax qualche suggerimento. Noi abbiamo messo le mani su quel fax, e il fax diceva:
ci dovrebbero essere canzoni,
ci dovrebbe essere una canzone del tipo “Io vorrei”,
ci dovrebbe essere una canzone su un villaggio felice,
ci dovrebbe essere una storia d’amore e
ci dovrebbe essere un cattivo.
Ma grazie al cielo all’epoca eravamo troppo giovani, ribelli e anticonformisti, e abbiamo ottenuto più determinazione nel provare che si poteva costruire una storia migliore. E un anno dopo, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo dimostrato che la narrazione ha delle linee guida, non regole facili e stringenti.”

Due anni dopo uscì il primo film della Pixar, Toy Story, realizzato completamente in grafica computerizzata tridimensionale. La storia è quella di un giocattolo, il pupazzo di un cowboy Woody, il preferito del bambino Andy Davis, che vede la sua esistenza e quella degli altri giocattoli, il pupazzo a forma di patata Mr. Potato, il salvadanaio Hamm, il cane a molla Slinky, la pastorella di ceramica Bo Peep e il dinosauro di plastica Rex, minacciata dall’arrivo di un nuovo giocattolo per il compleanno del bambino, Buzz Lightyear, un astronauta super-accessoriato. Non ci sono canzoni, non ci sono momenti di desiderio, non c’è nessun villaggio felice ma dei giocattoli animati quando il bambino è assente, non ci sono storie d’amore e no, non c’è nessun cattivo in effetti, non come lo intendevamo prima.

Amare il protagonista

Proprio dall’esperienza di Toy Story, Stanton e il suo gruppo hanno imparato un altro concetto fondamentale: amare il personaggio principale.

“E pensavamo ingenuamente, che Woody in “Toy Story” dovesse diventare altruista alla fine, quindi bisognava cominciare da qualche parte. Allora facciamolo egoista. […] Come fate a rendere simpatico un personaggio egoista? Lo abbiamo capito: lo si può fare gentile, generoso, divertente, premuroso, purché venga mantenuta una condizione, ossia che rimanga il giocattolo protagonista.”

Ed è proprio quello che è Woody in Toy Story. Finché è il giocattolo preferito del bambino, non gli troviamo difetti. Solo quando vede il suo ruolo minacciato da Buzz Lightyear, allora si mostra per egoista e un po’ cattivo.

“Viviamo tutti una vita con riserve. Siamo tutti disposti a seguire le regole, ma solo a determinate condizioni” conclude Stanton.

Il tema della storia

Prima ancora di decidere di fare della narrazione la sua professione, ci sono stati degli episodi chiave della gioventù di Andrew Stanton che lo hanno illuminato su alcuni ingredienti salienti della narrazione.

Nel 1986, in occasione del restauro e della nuova uscita del film Lawrence d’Arabia, vincitore di sette Premi Oscar, Stanton ha compreso per bene il concetto che la storia deve avere un tema:

“Io l’ho visto sette volte in un mese. Non ne avevo mai abbastanza. Potevo solo dire che aveva una grande progettazione alle spalle, in ogni scatto, ogni scena, ogni riga. Eppure, in superficie sembrava rappresentare il percorso storico di quello che accadeva. Ma diceva anche dell’altro. Cos’era esattamente? Ed è solo dopo averlo visto più volte, che si è sollevato il sipario, in una scena dove egli attraversa il Deserto del Sinai per arrivare al Canale di Suez, e finalmente ci sono arrivato.”

Un motociclista giunge da lontano, sollevando una nube di sabbia, poi si ferma e chiede a gran voce, rivolto verso Lawrence d’Arabia dall’altra parte del canale: Who are you?

“Ecco il tema: Chi sei? Dove eventi e dialoghi apparentemente eterogenei raccontavano cronologicamente la sua storia, qui sotto c’era una costante, una linea guida, una mappa. Tutto quello che Lawrence ha fatto in quel film è stato un tentativo di scoprire il proprio posto nel mondo. Un tema forte percorre sempre una storia ben raccontata.”

In alcune storie, il tema può ricollegarsi alla smania del protagonista, proprio come in Lawrence d’Arabia.

Infondere la meraviglia

“Quando avevo cinque anni, mi è stato presentato quello che probabilmente è l’ingrediente più importante che dovrebbe avere una storia, ma che viene raramente evocato. Ed ecco dove mi ha portato mia mamma a cinque anni.”

Andrew Stanton ci mostra una della scene più famose del film Bambi del 1942, quando il piccolo capriolo cerca di pattinare sul ghiaccio in compagnia del coniglietto Tamburino.

“Sono uscito con gli occhi che brillavano per la meraviglia. E credo che questo sia l’ingrediente magico, l’ingrediente segreto: evocare la meraviglia. La meraviglia è onesta e totalmente innocente. Non può essere evocata artificialmente. Secondo me, non esiste più grande capacità del dono di un altro essere umano che vi offre quella sensazione: trattenere anche solo per un attimo e lasciare che ci si abbandoni alla meraviglia. Quando è fatta, la conferma di essere vivi, vi pervade in ogni singola cellula. E quando un artista lo fa a un altro artista, si è obbligati a fare un passo avanti. È come un comando silente che improvvisamente si attiva, come la chiamata della Torre del Diavolo. Fai agli altri quello che è stato fatto a te. Le migliori storie infondono meraviglia.”

Probabilmente già a cinque anni Andrew Stanton aveva capito che quello doveva essere il suo mestiere. 

Usa ciò che sai

Ed eccoci al punto focale, preparate i fazzoletti perché dopo l’attesa, Andrew Stanton ci prepara anche il gran finale.

“Quando avevo quattro anni, ho un ricordo molto vivo di quando ho trovato due minuscole cicatrici sulla caviglia e ho chiesto a mio padre cosa fossero. Lui mi disse che ne avevo due uguali sulla testa, ma che non potevo vederle per colpa dei capelli. Mi spiegò che quando sono nato, sono nato prematuro, sono uscito veramente troppo presto, non ero cotto a puntino, ero molto, molto malato. E quando il dottore diede uno sguardo a questo bambino giallo con i denti neri, guardò mia madre dritto negli occhi: “Non vivrà”. Io sono rimasto in ospedale per mesi. E dopo molte trasfusioni, ce l’ho fatta, e questo mi ha reso speciale.

Non so se ci credo veramente. Non so se i miei genitori ci credano, ma non volevo che credessero di sbagliare. In qualunque cosa sia diventato bravo, non smetterò mai di essere degno della seconda possibilità che mi è stata data.”

Non ci vuole un mago per comprendere che questa scena di Marlin, il papà di Alla ricerca di Nemo, che sussurra all’unico uovo sopravvissuto “Tutto a posto, papà è qui, papà ti ha preso. Prometto, non lascerò che ti accada mai nulla, Nemo” sia arrivata dalla vita personale di Andrew Stanton, da ciò che lo aveva toccato nel profondo.

“E questa è la prima lezione sulle storie che ho imparato: usa ciò che sai, crea da ciò che sai. Non vuole sempre dire una trama o un fatto. Significa catturare una verità dalla propria esperienza, esprimere valori che sentite personalmente nel profondo del cuore.”

Siamo tornati all’inizio dunque. “E questo è quello che mi ha portato a parlarvi qui a TED, oggi.”
Come aveva promesso, questo è il finale per la sua storia. 

Vi lascio il video della conferenza con i sottotitoli in italiano, perché sono 19 minuti preziosissimi, da vedere e rivedere.

 

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