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Come si impara a scrivere una storia?

Papka

Come si impara a scrivere storie che sappiano legare e catturare i lettori, trascinandoli nel loro mondo al fianco dei protagonisti?

Si può imparare a scrivere storie? E a inventarle?

Quando ho iniziato a scrivere, moltissimi anni fa, ho commesso l'errore più grande che si possa compiere: avevo letto poco o niente. Penso che sia solo questo il segreto per imparare a scrivere: leggere una montagna di libri e provare a scrivere storie.

Dialoghi, caratterizzazione dei personaggi, suspense, costruzione dell’ambientazione, punto di vista, stile di scrittura, mostrare e non raccontare e altri elementi della narrazione sono nozioni che, oggi, si possono apprendere online.

Il problema è saper inventare storie: si può imparare questa importante, e fondamentale, parte della scrittura creativa?

I libri sulla scrittura: quanto sono utili?

Partiamo dall’assunto che i libri sulla scrittura creativa sono del tutto inutili. I libri sulla scrittura non insegnano a scrivere. Non risolvono il blocco dello scrittore. Non sono la manna dal cielo.

Una volta che hai imparato la grammatica italiana – e per questo basterebbe aver ottenuto il diploma di scuola media, se non solo quello di licenza elementare – il resto è soltanto esercizio, autocritica e tecnica. Che si apprendono anche leggendo tantissimo (non tanto, ma appunto tantissimo).

Ma c’è qualcosa che nessun libro né nessun maestro potrà mai insegnare: inventare storie. È il potere immaginifico che ogni scrittore ha e deve avere, se vuol definirsi tale. E non si impara da nessuna parte: o ce l’hai o non ce l’hai.

È uscito da poco un ennesimo libro sulla scrittura: Scrivere fantascienza di Robert Silverberg della casa editrice 451. Conoscevo l’autore, ma non ho mai letto nulla di lui. Il titolo del libro è comunque fuorviante, perché non spiega come scrivere storie di fantascienza.

Che cosa mi ha lasciato? Quasi nulla. Troppo autocelebrativo, per i miei gusti. Vi ho però trovato autori di fantascienza che non conoscevo e un libro che sono riuscito a procurarmi: Greek Tragedy di H.D.F. Kitto, purtroppo solo in inglese.

Finora ho letto diversi sulla scrittura, ma della maggior parte non m’è rimasto nulla. Nessuno, comunque, mi ha insegnato qualcosa sulla scrittura.

E i corsi sulla scrittura creativa?

Non posso parlarne perché non ne ho mai frequentati. E non ne frequenterò. Sono sempre stato scettico su questi corsi di scrittura creativa.

Ponetevi una domanda: i grandi scrittori del passato, ma anche del presente, hanno frequentato dei corsi di scrittura? Sì, forse qualcuno sì. Ma i più hanno imparato a scrivere sul campo, leggendo e scrivendo.

Ma sapevano inventare storie: avevano idee, sapevano coglierle, sapevano reinventare idee altrui, sfruttare qualsiasi spunto che trovavano. Il loro cervello era sempre in ebollizione, gli ingranaggi sempre in movimento. Bastava loro un niente per avere un’idea su cui scrivere.

L’infallibile struttura di una storia

Ovvero: 5 elementi che non possono assolutamente mancare in un racconto. Riassumono, schematicamente, l’arco drammatico del protagonista. Chiamatelo anche viaggio dell’eroe.

Sono in molti a parlare di questo tipo di struttura, che funziona da oltre 2000 anni, dai tempi della tragedia greca. Ne ha parlato anche Silverberg nel libro che ho segnalato.

Perché questa struttura funziona? Cominciamo dall’inizio.

1) Un protagonista affascinante

Non sto parlando del solito bello o della solita modella che siamo fin troppo abituati a vedere nei film americani – e non solo. Né di protagonisti da romanzetti Harmony. Sono cliché da abbandonare.

Affascinante nel senso di protagonista capace di attrarre i lettori, di farli immedesimare nelle sue vicende e tenerli al suo fianco dall’inizio alla fine della storia.

Perfino Pinocchio è un protagonista affascinante – non certo bello con quella sua lignea carnagione e l’importanza del suo naso. Anche il rozzo Huckleberry Finn è un personaggio affascinante.

Il lettore, per seguire una storia, ha bisogno di immedesimarsi nel protagonista, di entrarvi in sintonia. Perfino un criminale può essere affascinante. Quante volte sullo schermo abbiamo parteggiato per un detenuto che voleva fuggire dal carcere? Basti pensare a Papillon, al secolo Henri Charrière, nel film omonimo e a Frank Morris in Fuga da Alcatraz.

2) Una sfida da compiere o da non rifiutare

Una storia può nascere per 2 motivi:

  1. Il protagonista vuole raggiungere un obiettivo: il contadino vuole sposare la principessa, l’avventuriero vuole trovare la città nascosta, un ragazzo vuole vendicare i genitori uccisi in una rapina, ecc.
  2. Il protagonista è costretto ad accettare un compito: un uomo è costretto a recuperare della droga o la mafia gli ucciderà la famiglia, una donna è obbligata a trafugare documenti importanti o non rivedrà suo figlio, ecc.

Questi motivi, declinati in ogni modo possibile, costituiscono l’incidente scatenante, ossia un desiderio, una missione, un problema che danno il via alla storia.

In breve, per essere una storia deve succedere qualcosa. Questo concetto è insito nell’etimologia stessa della parola storia, la cui radice è anche quella del verbo vedere e perfino di idea.

«Diffusa narrazione di fatti, di avvenimenti, di cose degne che se ne tramandi ai posteri la memoria», ci dice il dizionario etimologico.

Una storia deve rispondere sempre alla domanda: “Che cosa succede?”.

3) Ostacoli da superare

Una storia è una corsa a ostacoli. Nessun compito, nessun desiderio, nessuna missione, nessun problema possono trovare una riuscita senza incappare in qualche ostacolo.

Perfino rientrando a casa si possono incontrare ostacoli: l’ascensore non funziona e abitiamo al 15° piano…

Gli ostacoli vanno inseriti in funzione della storia, devono cioè essere credibili e pertinenti con la vicenda.

Quanti ostacoli inserire? Quanti ne richiede la storia. Non è una risposta precisa, ma non ne esiste una. L’unica risposta, anzi, è di non esagerare, a meno che non stiate scrivendo la storia romanzata di Donald Duck.

4) Un momento nero

Quando tutto è perduto. È un momento di resa. Il protagonista sa che non ce la farà mai a terminare il suo compito, a soddisfare il suo desiderio, a compiere la sua missione, a risolvere il suo problema:

  • Il contadino viene arrestato perché ha osato corteggiare la principessa
  • L’avventuriero è imprigionato dai cannibali, in attesa di diventare la loro cena
  • Il ragazzo viene scoperto nel covo dei rapinatori e riconosciuto
  • L’uomo viene derubato della droga recuperata per la mafia
  • La donna viene scoperta a trafugare i documenti e viene licenziata

Il momento nero è davvero un momento: c’è un crescendo di fatti che infine crea una resa, un senso di sconfitta nel protagonista. Si è ormai convinto di aver perso.

Che cos’è il momento nero se non un nuovo incidente scatenante? La storia non può finire quando il nostro protagonista si arrende. Quella resa iniziale è quindi la spinta, la motivazione che porta il protagonista a reagire per tentare di dare una svolta agli eventi.

5) Vittoria o sconfitta finale

Siamo giunti alla fine della storia, che può anche durare per 100 pagine (non se il romanzo è lungo 200). La tensione cala, non c’è più suspense qui, siamo alle ultime battute, al tratto discendente dell’arco drammatico.

Vittoria o sconfitta? Una delle due, dipende dalla storia e dai vostri gusti. Un romanzo drammatico o horror non finirà certo bene.

L’idea per una storia è poco e niente. La trama è soltanto un riassunto della storia o un breve svolgimento dell’idea. Poi deve intervenire la struttura, coi suoi 5 immancabili elementi, a trasformare quell’idea e quella trama in una storia da raccontare.

Quante volte, riducendo all’osso un romanzo, avete riscontrato questa struttura?

E quante volte l’avete usata?

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